IL PRIMO OBIETTIVO DI UN METODO: PRODURRE APPRENDIMENTO






Nel settore giovanile si parla sempre più spesso di autonomia, problem solving, variabilità, approccio ecologico-dinamico e apprendimento attraverso il gioco. Concetti importanti, certamente. Ma attenzione a non trasformare l’innovazione metodologica in una nuova moda.Perché prima di chiedere a un giovane atleta di scegliere, dobbiamo domandarci se possiede gli strumenti tecnici per poter scegliere. Ed è proprio qui che il metodo prescrittivo continua ad avere un ruolo importante.

Il primo obiettivo di un metodo è produrre apprendimento. Non intrattenere, non riempire due ore di allenamento e nemmeno costruire esercizi spettacolari da mostrare sui social.
Produrre apprendimento significa determinare modificazioni relativamente stabili delle competenze dell’atleta e, successivamente, renderle disponibili nelle situazioni reali di gioco.

Cosa significa essere prescrittivi?

Nel metodo prescrittivo l’allenatore assume inizialmente una funzione centrale nel processo didattico: osserva, propone un modello esecutivo, fornisce indicazioni, corregge e orienta l’attenzione dell’atleta sugli elementi determinanti del gesto. In altre parole, soprattutto nelle prime fasi, dice al giovane atleta cosa fare, come farlo e quali elementi controllare.
È davvero qualcosa da demonizzare? 
A mio avviso, no.
Pensiamo all’insegnamento del bagher. Se una giovane atleta non conosce ancora la relazione tra posizione del corpo, spostamento, orientamento delle spalle e piano di rimbalzo, possiamo davvero limitarci a creare un ambiente nel quale dovrebbe “scoprire” autonomamente tutte le soluzioni?
Oppure, in una determinata fase dell’apprendimento, è più efficace fornirle riferimenti tecnici chiari
Lo stesso principio vale per servizio, palleggio, attacco, muro e spostamenti.

Il metodo prescrittivo permette di ridurre temporaneamente la complessità, focalizzare l’attenzione su alcuni elementi tecnici e fornire riferimenti esecutivi riconoscibili. Nel settore giovanile questo può essere estremamente importante.
Ma qui nasce il vero problema.

Il metodo prescrittivo deve rappresentare una fase del percorso, non necessariamente il punto di arrivo.
Se continuiamo per mesi a dire all’atleta dove andare, come muoversi, quando partire e quale soluzione utilizzare, rischiamo di costruire un giocatore tecnicamente ordinato ma dipendente dall’allenatore. La pallavolo non concede questo tempo.
Durante un’azione nessuno può fermare il gioco e suggerire alla ragazza dove posizionarsi, quale traiettoria leggere o quale soluzione scegliere.
La giocatrice deve percepire, riconoscere, decidere ed eseguire.
Ecco perché prescrizione e autonomia non dovrebbero essere considerate due filosofie incompatibili.Possiamo iniziare prescrivendo maggiormente quando dobbiamo costruire o correggere determinati elementi tecnici; successivamente dobbiamo aumentare progressivamente variabilità, incertezza e necessità decisionale. Dal gesto conosciuto al gesto adattato. Dall’esecuzione alla scelta. Dal controllo dell’allenatore all’autonomia dell’atleta. 
È questo passaggio che trasforma una tecnica semplicemente riprodotta in una competenza realmente utilizzabile.

Il rischio delle mode metodologiche

Oggi corriamo un altro rischio: pensare che tutto ciò che è prescrittivo sia automaticamente vecchio e che tutto ciò che è variabile, situazionale o “ecologico” sia necessariamente moderno ed efficace.
Non funziona così.

Non esiste un esercizio moderno se non sappiamo quale apprendimento vogliamo produrre.
Mettere sei ragazze in campo, aumentare l’imprevedibilità e lasciare loro libertà di scelta non garantisce automaticamente apprendimento.
Esattamente come ripetere cento bagher contro il muro non garantisce automaticamente la capacità di ricevere un servizio.
La questione non dovrebbe quindi essere: 
prescrittivo sì o prescrittivo no?

La vera domanda dovrebbe essere:

quanto prescrivere, quando prescrivere e quando iniziare progressivamente a togliere la prescrizione?

Questa, a mio avviso, è una delle competenze più importanti dell’allenatore del settore giovanile. Perché un buon metodo non deve creare dipendenza dall’allenatore. 
Deve progressivamente rendere l’allenatore meno necessario durante l’azionePrima insegniamo. Poi guidiamo. Successivamente aumentiamo i problemi da risolvere. Infine lasciamo che sia il gioco a chiedere all’atleta di trovare la soluzione.

Perché l’obiettivo “come dico spesso” non è costruire giovani giocatori bravissimi a eseguire gli esercizi dell’allenatore, ma atleti capaci di giocare quando l’allenatore non può più suggerire la risposta.


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