Una domanda provocatoria, certo. Ma forse è proprio da qui che dovremmo partire quando parliamo di muro nell’Under 12 e nell’Under 13 femminile.
Perché impegnare due giocatrici a muro quando, nella maggior parte delle situazioni, l’attacco avversario non ha ancora caratteristiche tecniche e offensive tali da giustificarlo?
Perché anticipare un’organizzazione tattica complessa quando molte giovani atlete devono ancora imparare a leggere un’alzata, scegliere il tempo del salto, orientare correttamente le mani e controllare il proprio corpo?
A volte ho l’impressione che si voglia insegnare il sistema prima ancora di aver insegnato il fondamentale.
Due giocatrici che saltano contemporaneamente davanti alla rete non costituiscono necessariamente un muro efficace. E, soprattutto, non rappresentano automaticamente una scelta didattica migliore.
Nelle prime categorie giovanili, il muro a uno può essere una scelta tecnica e metodologica precisa: responsabilizza la giocatrice, sviluppa capacità di lettura e decisione e permette di organizzare una difesa con una giocatrice in più.
Attenzione, però: non significa rinunciare a insegnare il muro a due. Significa costruire prima le competenze necessarie per eseguirlo correttamente.
Il muro a due non dovrebbe essere un automatismo imposto dalla categoria, ma una necessità tecnico-tattica che nasce dalle caratteristiche del gioco.
Perché il problema non è dimostrare di saper organizzare una squadra come quelle delle categorie superiori.
Il problema è capire se quello che proponiamo alle nostre bambine serve davvero a farle crescere.
E allora torno alla domanda iniziale: perché murare a due quando non c’è un attacco che lo richiede?
Forse, qualche volta, sarebbe più utile insegnare a una giocatrice a murare bene, piuttosto che insegnare a due giocatrici a saltare insieme.


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