L’ALLENATORE CHE
PARLA TROPPO
Nella pallavolo giovanile insegnare significa anche prescrivere.
Mostrare un gesto, definirne gli elementi essenziali, individuare un errore, proporre una correzione e permettere all’atleta di ripetere sono strumenti fondamentali nella costruzione tecnica.
Soprattutto nelle categorie Under 12 e Under 13, dove stiamo formando competenze che dovranno progressivamente stabilizzarsi e diventare patrimonio dell’atleta.
Il metodo prescrittivo, se utilizzato con competenza, offre alla giovane giocatrice riferimenti chiari:
cosa fare, come farlo, quale errore correggere e quale elemento tecnico consolidare.
Il problema, quindi, non è prescrivere.
Il problema nasce quando confondiamo la qualità dell’insegnamento con la quantità delle parole.
Perché un allenatore può essere estremamente prescrittivo e, nello stesso tempo, parlare poco.
Anzi, forse proprio questa capacità rappresenta una delle forme più evolute della competenza didattica: non parlare meno perché abbiamo meno cose da dire, ma parlare meno perché sappiamo scegliere cosa vale realmente la pena dire.
IL METODO PRESCRITTIVO HA BISOGNO DI CHIAREZZA, NON DI RUMORE
Una giovane atleta che sta costruendo il bagher ha bisogno di riferimenti tecnici.
Non possiamo pensare che tutto debba emergere spontaneamente. La posizione del corpo, l’organizzazione degli arti superiori, il piano di rimbalzo, il rapporto con la traiettoria e la gestione della spinta sono elementi che devono essere osservati e, quando necessario, corretti.Qui il ruolo dell’allenatore è fondamentale.
Osservare. Individuare. Selezionare. Correggere.
Vorrei soffermarmi soprattutto sul terzo verbo:
selezionare. Un allenatore preparato può osservare una giovane giocatrice e individuare contemporaneamente quattro o cinque aspetti da migliorare. Ma vedere cinque errori non significa dover comunicare cinque correzioni.
La competenza tecnica ci permette di vedere molto. La competenza didattica ci deve permettere di scegliere poco.
selezionare. Un allenatore preparato può osservare una giovane giocatrice e individuare contemporaneamente quattro o cinque aspetti da migliorare. Ma vedere cinque errori non significa dover comunicare cinque correzioni.
La competenza tecnica ci permette di vedere molto. La competenza didattica ci deve permettere di scegliere poco.
Qual è, in quel momento, l’errore prioritario?
Quale elemento limita maggiormente l’esecuzione?
Quale correzione può produrre il cambiamento più importante?
Quale informazione può realmente essere utilizzata dall’atleta nella ripetizione successiva?
Il resto può aspettare.
SAPERE MOLTO, DIRE POCO
Questa potrebbe essere una regola importante per chi lavora nel settore giovanile:
L’allenatore deve sapere molto più di quanto dice.
Prendiamo una ricezione.
Noi possiamo osservare piedi, caviglie, arti inferiori, bacino, orientamento delle spalle, arti superiori, piano di rimbalzo, punto d’impatto e direzione della spinta.
La giocatrice, però, deve contemporaneamente osservare chi serve, leggere la traiettoria, valutare velocità e profondità, spostarsi, organizzare il proprio corpo e controllare la palla.
Se riversiamo su di lei tutto ciò che abbiamo osservato, la nostra competenza rischia paradossalmente di diventare un ostacolo.
Non perché le informazioni siano sbagliate.
Semplicemente perché sono troppe e tutte insieme. La qualità dell’insegnamento tecnico non può quindi essere misurata dal numero delle correzioni effettuate.
Deve essere misurata dalla loro precisione, pertinenza e comprensibilità.
UNA CORREZIONE, UN OBIETTIVO
Immaginiamo una giovane giocatrice che esegue un bagher.
Osserviamo diversi problemi.
Potremmo dire:
«Devi arrivare prima con i piedi, abbassare maggiormente il baricentro, stabilizzare il piano di rimbalzo, non accompagnare la palla con le braccia e orientare meglio le spalle.»
Tutto tecnicamente corretto.
Ma cosa porterà realmente con sé la giocatrice nella ripetizione successiva? Forse poco.
Ma cosa porterà realmente con sé la giocatrice nella ripetizione successiva? Forse poco.
Proviamo invece:
«Arriva prima dietro la palla.»
Stop. Nuova esecuzione.
La correzione rimane prescrittiva. È precisa.
È diretta. Ma soprattutto è una.
L’atleta sa esattamente su cosa concentrare l’attenzione. Ripete. Noi osserviamo.
Quando quell’aspetto comincia a stabilizzarsi possiamo introdurre un secondo elemento.
Questo non significa ridurre il valore del metodo prescrittivo. Significa, al contrario, renderlo più efficace.
La correzione rimane prescrittiva. È precisa.
È diretta. Ma soprattutto è una.
L’atleta sa esattamente su cosa concentrare l’attenzione. Ripete. Noi osserviamo.
Quando quell’aspetto comincia a stabilizzarsi possiamo introdurre un secondo elemento.
Questo non significa ridurre il valore del metodo prescrittivo. Significa, al contrario, renderlo più efficace.
LA CORREZIONE HA BISOGNO DI TEMPO
C’è un altro aspetto che spesso sottovalutiamo.
Dopo aver fornito un’informazione, dobbiamo concedere all’atleta il tempo necessario per utilizzarla. Se dico:
«Cerca il contatto davanti al corpo»
e dopo la prima ripetizione aggiungo:
«Adesso pensa alle gambe.» Poi:
«Attenta alle spalle.» E subito dopo:
«Non muovere le braccia.»
la prima informazione rischia di essere già scomparsa. L’atleta non ha avuto il tempo di sperimentarla. Una prescrizione efficace non richiede soltanto una buona spiegazione.
Richiede anche tempo tra una correzione e quella successiva. Dico - L’atleta prova. - Ripete. - Io osservo. - Ripete ancora.- Valuto.
E soltanto quando serve intervengo nuovamente.
L’ALLENATORE NON DEVE FARE LA TELECRONACA DELL’ALLENAMENTO
Nelle nostre palestre capita spesso di sentire una voce continua.
«Gambe!»
«Braccia!»
«Prima!»
«Vai!»
«Ferma!»
«Guarda!»
«Dietro!»
«Davanti!»
Una sorta di telecronaca tecnica che accompagna praticamente ogni pallone. Ma dobbiamo chiederci quanto di tutto questo venga realmente elaborato dalle giovani atlete. Se la nostra voce è presente continuamente, rischia di trasformarsi nel rumore di fondo dell’allenamento. E quando tutto viene sottolineato, alla fine nulla sembra veramente importante. Una correzione dovrebbe invece avere peso. L’atleta dovrebbe percepire:
questa è la cosa sulla quale devo lavorare adesso.
Poche parole possono produrre molta più attenzione di una spiegazione continua.
IL SILENZIO NON È ASSENZA DI METODO
Questo è forse uno degli aspetti più interessanti.
L’allenatore fornisce una correzione.
Poi tace. - Un pallone. - Due palloni. - Tre palloni.
Osserva. Non significa che abbia smesso di allenare. Sta verificando se l’indicazione fornita produce un cambiamento. Questo silenzio è parte integrante dell’intervento didattico. Potremmo definirlo silenzio intenzionale.
Ho detto ciò che serviva. Adesso devo lasciare all’atleta il tempo necessario per trasformare quella parola in movimento. Parlare meno, quindi, non significa essere meno presenti.
Significa evitare di sovrapporre continuamente nuove informazioni a quelle appena fornite.
IL CASO DELL’ATTACCO
Nell’attacco questo problema diventa ancora più evidente. Possiamo osservare: - rincorsa; penultimo appoggio; - ultimo appoggio; oscillazione delle braccia; - stacco; - apertura della spalla; - posizione del gomito; - azione del braccio; - punto d’impatto; - mano; - polso - ricaduta. Sono tutti elementi importanti.
Ma non devono diventare dieci istruzioni contemporanee. Se il problema principale è il tempo della rincorsa, lavoriamo sul tempo.
Se è il punto d’impatto, concentriamoci sul punto d’impatto. Se è l’organizzazione degli ultimi appoggi, quella sarà la priorità.
Un problema tecnico prioritario. Una consegna chiara. Un numero sufficiente di ripetizioni.
Poi passiamo oltre.
La progressione didattica, quindi, non dovrebbe riguardare soltanto la difficoltà degli esercizi.
Dovrebbe riguardare anche la quantità e la complessità delle informazioni che forniamo.
PARLARE MENO NON SIGNIFICA CORREGGERE MENO
È importante sottolinearlo. Non sto proponendo un allenatore passivo. Non sto dicendo che dobbiamo osservare gli errori senza intervenire.
E soprattutto non sto sostenendo che, nel settore giovanile, tutto debba essere lasciato alla scoperta spontanea. Al contrario. Credo profondamente nel valore dell’insegnamento tecnico e nella necessità di costruire riferimenti corretti. Ma proprio perché attribuisco grande importanza alla correzione tecnica, credo che questa debba essere selettiva e precisa. Parlare meno non significa correggere meno. Significa evitare correzioni inutili, ridondanti o contemporanee. Significa dare maggiore valore a quelle realmente importanti.
LA NOSTRA VOCE DEVE AVERE PESO
Pensiamo a una cosa molto semplice.
Se durante un esercizio pronunciamo cento indicazioni, quale di quelle cento rimarrà realmente nella testa dell’atleta?
Se invece ne utilizziamo dieci, ben selezionate e legate agli obiettivi della seduta, probabilmente ciascuna avrà un peso diverso.
Una parola: «Traiettoria.»L
Una consegna: «Contatto davanti.»
Un richiamo: «Prima i piedi.»
In determinate situazioni possono essere più efficaci di trenta secondi di spiegazione.
Naturalmente la spiegazione approfondita ha il suo momento. Possiamo fermare l’esercizio. - Mostrare. - Spiegare. - Far comprendere.
Ma durante le ripetizioni dovremmo forse imparare maggiormente a utilizzare parole chiave. Brevi.
Riconoscibili. Coerenti nel tempo.
ANCHE LE PAROLE DEVONO AVERE UNA PROGRESSIONE DIDATTICA
Parliamo spesso di progressioni.
Dal semplice al complesso.
Dall’analitico al sintetico.
Dalla situazione facilitata a quella maggiormente vicina al gioco. Ma potremmo applicare una progressione anche alla nostra comunicazione.
All’inizio una spiegazione più completa.
Poi una consegna. Successivamente una parola chiave. Infine, quando il comportamento è sufficientemente consolidato, può bastare uno sguardo o non servire più nulla. Questo è un passaggio importante. L’obiettivo della prescrizione dovrebbe essere quello di rendere progressivamente l’atleta capace di utilizzare autonomamente il riferimento tecnico ricevuto.
La parola dell’allenatore costruisce il riferimento.
La ripetizione lo consolida. Il tempo permette di interiorizzarlo.
UN PICCOLO ESPERIMENTO PER NOI ALLENATORI
Potremmo fare un esercizio molto semplice.
Registriamo dieci minuti di un nostro allenamento.
Non concentriamoci sulle ragazze.
Ascoltiamo noi stessi.Quante volte interveniamo?
Quanto dura mediamente una nostra correzione?
Quante informazioni inseriamo nella stessa frase?
Quanto tempo lasciamo all’atleta prima di intervenire nuovamente?
Ripetiamo correzioni diverse a ogni pallone?
Oppure manteniamo lo stesso obiettivo per alcune ripetizioni? E soprattutto:
quante delle parole che abbiamo pronunciato erano veramente necessarie?
Non è un esercizio per stabilire chi parla di più o di meno. È un esercizio per valutare la qualità della nostra comunicazione tecnica.
IL METODO PRESCRITTIVO NON È PARLARE CONTINUAMENTE
Forse è proprio questo l’equivoco da superare.
Essere prescrittivi non significa riempire l’allenamento di parole.
Il metodo prescrittivo può essere estremamente essenziale.
Un obiettivo chiaro - Una dimostrazione. Una correzione precisa. - Una parola chiave.
Molte ripetizioni. - Osservazione. - Eventuale nuova correzione. Questo è metodo.
Non abbiamo bisogno di commentare ogni pallone per dimostrare che stiamo allenando.
A volte l’intervento migliore è quello che arriva esattamente quando serve.
Molte ripetizioni. - Osservazione. - Eventuale nuova correzione. Questo è metodo.
Non abbiamo bisogno di commentare ogni pallone per dimostrare che stiamo allenando.
A volte l’intervento migliore è quello che arriva esattamente quando serve.
CONCLUSIONE: SAPERE MOLTO, DIRE POCO, DIRLO BENE
Nel settore giovanile il metodo prescrittivo mantiene, a mio parere, un ruolo fondamentale.
Una tecnica deve essere insegnata.
Gli errori devono essere osservati.
Le correzioni devono essere proposte.
Le progressioni devono essere costruite.
Le giovani atlete hanno bisogno di riferimenti tecnici chiari e coerenti.
Ma proprio perché le nostre parole hanno un valore, dovremmo evitare di sprecarle.
Osserviamo molto. - Selezioniamo. - Individuiamo la priorità. Diamo una consegna precisa.
E poi lasciamo il tempo necessario perché quella consegna venga utilizzata. Non meno tecnica.
Non meno metodo. - Non meno correzioni.
Semplicemente:
meno parole inutili e più parole che contano.
Perché forse la competenza di un allenatore non si misura da quante cose riesce a dire durante un allenamento. Si misura anche dalla capacità di sapere quale cosa dire, in quale momento e con quante parole.Sapere molto. Osservare tutto. Selezionare ciò che conta. Dire poco. Dirlo bene. E poi lasciare che sia il campo a fare il resto.
Stefano Lorusso

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